chamito's blog

Pensieri, parole, opere e omissioni

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Sardinia is burning /2

Er il zindeco de Roma non finisce mai di stupirci, e ci regala una perla dal suo blog personale (seguite il link nel tweet di seguito):

 In particolare mi colpisce l’affermazione iniziale:

Mi domando se era necessario far passare un’altra giornata di inferno alla città di Roma per trovare una giusta soluzione per gli operai dell’Alcoa.

Tralasciando l’improvviso impeto sindacalista (?) di Alemanno, e confrontando questa frase con quello che ho potuto vedere/sentire con i miei occhi/orecchie, mi pare che la giornata d’inferno Roma se la sia creata ad arte.
Per carità, gente  di comprovata fede mi ha anche spiegato con dovizia di particolari che lo schieramento di forze dell’ordine a difesa dell’ordine pubblico non è gestito dal sindaco ma direttamente dal questore. Che in un certo senso dovrebbe essere una garanzia. Tipo quando c’hanno garantito la carica il 12 ottobre sotto Palazzo Grazioli perché intonavamo pericolosissimi canti e slogan goliardici rivolti al nostro ormai fu presidente del consiglio.

Semplicemente, a fronte di un corteo di non più di 400-500 persone al massimo, c’erano un migliaio di poliziotti.
Almeno DUE poliziotti in media per ogni manifestante.
Una scorta da fare invidia alla più altolocata moglie di un comandante qualsiasi della Municipale di Roma stessa.

E oltre ai due accompagni per ogni sardo, si sono aggiunti almeno 1/2 elicotteri che dalle 9:00 di mattina hanno svolazzato sulle nostre teste fino all’ora di cena.
Il cherosene ti fa bella.

Qual è il punto: sono l’unico che pensa che la gestione di tutta questa cosa sia stata un tantino ridicola? Sproporzionata?
O me state a dì davvero che il “CHIAMO ‘E ‘SERCITO?!?” dall’imitazione di Max Paiella d’er il zindeco de Roma non era per niente inventato ma reale?

Sardinia is burning /1

Due post consecutivi sulla Sardegna. Ultimamente la sento particolarmente vicina.

Questa volta però voglio confrontare l’Italia continentale e la Sardegna. Non in senso strettamente geografico, ma rispetto a quello che stanno significando queste due entità nell’ultimo periodo. (In particolare oggi, mentre scrivo, è in corso la manifestazione dei dipendenti dell’Alcoa di Portovesme che non vogliono perdere il lavoro.)

C’è una differenza fondamentale tra i sardi e noi: i sardi sono ancora genuini in quello che fanno e nel modo in cui vivono. La maggior parte di loro, almeno. Lo dimostrano le proteste che hanno le palle di mettere in atto.

Hanno saputo barricarsi in miniera a 400 metri di profondità, o sopra una torre, perché giustamente non vogliono perdere il lavoro; e non lo vogliono perdere soprattutto perché le cause sono gestioni aziendali snaturate e che non tengono minimamente in conto la situazione umana dei propri dipendenti.

Ma c’è una differenza non da poco tra il perdere il lavoro qui o in Sardegna, secondo me: che prospettive ci sono per un giovane sardo, o ancora peggio per un sardo che è sui 40/50 anni?
Per quanto ce ne lamentiamo, bene o male perdere il lavoro qui ritengo sia meno drammatico che perderlo in Sardegna.

Ed infatti, mentre loro si fanno centinaia di chilometri e ore di nave per venire a manifestare la loro incazzatura, noi romani e “continentali” in genere sembriamo un branco di poser.
E’ ora che se damo na svegliata.

Sardinia mood

Lotzorai Sunset

Altro che camera anecoica, mi è bastato fare un bagno alle 20:00, in Ogliastra, con il mare calmo come un lago delle isole Lofoten, per provare certe sensazioni.

Semplicemente facendo il morto a galla, con le orecchie immerse nell’acqua e la pace della sera, per riuscire a sentire solo due rumori: uno intermittente, che era il mio respiro, ed un continuum, cupo, che era la mia circolazione sanguigna.

Una cosa che, se ci resti per quasi 5 minuti in questo stato, ti rimette in pace col mondo, ti resetta tutti i nervi e ti rende una persona migliore.

Solo la natura, il mare, l’aria e tu.

Ieri mi sono innamorato.

Capelli corti nerissimi,
occhi neri che ti sorridono,
un sorriso così bello e solare che non ne vedevo da tanto tempo.

Grazie ragazza dello stand Ichnusa di Tortolì, mi hai fatto volare con il cuore.

Non pulite quel sangue

Io sono triste, e sono stanco di dovermi vergognare del mio paese.

Nel 2001 avevo 16 anni, e lì per lì ricordo che mi fece molta impressione l’episodio della morte di Carlo Giuliani; meno quello della scuola Diaz, probabilmente proprio perché poco prima c’era stato quest’altro fatto eclatante.

Questo non vuol dire che poi, col passare del tempo, non mi sia documentato, informato. E fondamentalmente, quando ieri ho visto DIAZ al cinema non ho scoperto niente di nuovo.
Grazie ad Internet, e nel caso in questione ad Indymedia, già qualche anno fa trovai un cruento ma direttissimo documentario in cui erano collezionate le immagini riprese dall’interno delle manifestazioni.
Quindi non fa impressione vedere teste spaccate, celerini che frantumano le ossa a giovani, vecchi, donne, uomini indistintamente.

No.

Quello che fa impressione, è che serva un film per ricordare quei fatti, e soprattutto ricordare che la gran parte di quelli che misero in atto quella carneficina non hanno avuto nessuna conseguenza.
E di conseguenza, il popolo italiano e tutti quelli che hanno preso le manganellate, non hanno avuto giustizia.
E per nessuna si intende proprio nessuna: neanche un giorno di sospensione dal servizio per il 90% degli agenti intervenuti alla scuola Diaz.

Purtroppo in Italia è in atto, dagli anni ’70, la peggiore forma di sospensione della democrazia, altro che le ore (d’inferno) passate tra Diaz e Bolzaneto; sono ormai 40 anni che lo stato delegittima qualsiasi forma di protesta del popolo, qualora questa vada contro gli interessi economici dei politicanti. Che poi il più delle volte sono mafiosi o strettamente collusi con essi.
E lo stato delegittima il popolo e se stesso ogni volta che porta delle Molotov dentro una scuola in cui l’arma più pericolosa poteva essere un cannone, ma d’erba; quando mette le bombe in piazza e nelle stazioni come negli anni ’70; quando fa passare per padri della patria persone che ordinavano alla Celere (toh, “a volte ritornano”) di pestare studenti e professori.

Solo che questo cazzo di popolino italiano, evidentemente poco orgoglioso e con ancora meno palle al contrario di quanto vorrebbe far pensare, sembra non rendersi conto che non c’è nessun motivo per sentirsi in errore e delegittimato, ma che piuttosto dovrebbe lottare contro chi conduce la vita della nazione in modo opportunistico, speculatorio e repressivo.
Protetto, prima che dai “semplici” agenti, da tutta una schiera di funzionari, questori, prefetti, gente che dovrebbe essere votata al far rispettare leggi e Costituzione, e invece si dona anima e corpo al sor’ principale di turno. Che altrimenti la paga a casa non si porta. Che vita demmerda, passatemi l’espressione.

Sono ormai troppi gli episodi in cui LO STATO, perché il celerino che bastona in quel momento come negli altri momenti in cui è in servizio rappresenta L’ISTITUZIONE più importante della nazione, LO STATO appunto, esagera e successivamente non ammette la colpa e non prende nessuna o quasi misura correttiva.
Quante altre Diaz, Bolzaneto, Cucchi, Aldrovandi (Gabriele Sandri lo lascio fuori perché lì lo sbaglio fu personale di quel mentecatto di Spaccarotella) ci dovranno ancora essere?

Lo ricordava Vicari oggi da Fazio, c’è gente che gira con gli ZIGOMI DI TITANIO, grazie alle sprangate di quella notte.

Non può essere una cosa tollerabile. Non si può essere passati per quei giorni ed esserselo dimenticato.
Per quanto la TV ci abbia provato, ma non ci sia riuscita: secondo me grazie alla generazione di cui faccio parte, che si informa su Internet e in giro per il mondo.
E grazie a chi ha il coraggio come Domenico Procacci di fare in questo paese un film che non ha neanche nulla di sensazionalistico, visto che è interamente basato su atti processuali (non si inventa né trasforma niente, quindi), ma riporta senza filtri buonisti la verità dei fatti che furono.

Il problema è che furono proprio i fatti concreti ad essere indicibili. Qualcuno dovrà scontare quei fatti prima o poi.
E se non sarà lo Stato, saremo di nuovo noi cittadini che la prendermo nel culo, sotto i colpi del tonfa e sotto i colpi delle sentenze di assoluzione, prescrizione, insufficienza di prove.

La vita non è un click.

(Ammazza che frase a effetto).

Saranno quasi 20 anni che clicco, se comincio a contare dal mio primo vero PC, un Pentium 100 che ricevetti alla veneranda età di 10 anni.
Sennò anche da prima.

E nonostante tutta questa esperienza, negli anni maturata cercando di dominare il calcolatore nei più svariati modi, stanotte mi sono fatto fregare dalla nuova tecnologia:

IL

FOTTUTO

SMARTPHONE.

Questi grandi, sbrilluccicanti, multi-interattivi schermi che ormai sostituiscono gli interruttori di corrente elettrica comunemente detti tasti, mi hanno tirato uno scherzetto.
In realtà, uno schermo in particolare, quello del mio smartphone.

E così, le mie dita tozze vanno a sfiorare il tasto disegnato sullo schermo che sarebbe stato meglio non sfiorare.

Attimi di panico:

come sia potuto succedere; mo’ che faccio; manderà degli squadristi a pestarmi a morte; sono un coglione.

Poi la ragione riprende il sopravvento, e nonostante il battito cardiaco a 120, riesco ad articolare il seguente pensiero:

eccheccazzo, ci sarà un tasto “Annulla” da qualche parte!

E per fortuna era così. Lo trovo. Lo sfioroclicco. E tutto sembra essere tornato come prima, come se niente fosse accaduto.

Speriamo. Perché se così non fosse e quel numerino sopra le capocce di due persone rese in silhouette su sfondo blu aumentasse di 1, potrebbero essere cazzi.

Cliché

Attualmente ci si scandalizza, e mi scandalizzo, per sempre meno cose. Poi, quando uno pensa al termine “scandalo”, viene in mente che debba per forza essere qualcosa di osceno.

Sarò banale, ma quello che scandalizza me, detto con un termine simil-acculturato nel titolo di questo post, sono gli stereotipi, le idee preconcette.

Riesco a stento a reggere quelli che ci propina la televisione (per quanto poca io ne guardi), figurarsi se riesco a sopportare quelli che incontro nella vita di tutti i giorni.

Secondo me non c’è niente di più sterilizzante, castrante, annichilente che conformare la propria personalità a quella di qualcun altro o allo schema dettato da qualcun altro.
In particolare non mi riferisco ai bimbiminkia che emulano i propri “idoli”… in un tempo più o meno lontano siamo stati tutti dei bimbiminkia, chi per più tempo, chi per meno tempo, ma è una fase fisiologica attraverso la quale ogni essere umano passa. O almeno qualsiasi essere umano del mondo occidentale, dove si considera un professionista dell’entertaiment anche Justin Bibier.

Ecco, fatta questa premessa, voglio dire che non sopporto di vedere gente di 30 e passa anni che sembra averne 5, di anni.
E’ una bestemmia, è quello che Caparezza in “Sono il tuo sogno eretico” rende in questo modo:

Dio mi ha dato un cervello, se non lo usassi gli mancherei di rispetto.

Non voglio rischiare di cadere a mia volta nella retorica, ma  sono convinto che questo paese stia diventando sempre più arido. Nonostante si tenti di magnificare la CREATIVITA’ italiana (e di questo termine in maiuscolo ultimamente se ne è fatto grande ABUSO), a me sembra di vedere sempre le stesse cose in giro.
Nella pubblicità, nel cinema, nella musica, nell’arte, nei rapporti interpersonali. Molto più oggi che in passato, si tenta di vendere per originale e particolare qualcosa che portano in giro almeno un milione di persone nel tuo stesso paese. E’ vero che sarai diverso da 58.999.999 persone, ma sarai comunque identico ad altre 999.999.
Non è che sia proprio sintomo di originalità, eh.

Per carità, l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici, ma spesso vorrei che fosse semplicemente popolato da persone diverse. Più interessanti, più eclettiche, a cui vada di fare il cazzo che gli pare. Senza preoccuparsi di sembrare ridicoli in quello che si fa, si dice, ci si mette adddosso. Tanto se sei ridicolo e senza senso, non ci vuole molto prima di rendertene conto, a meno che tu non sia Giovanardi o Cicchitto.

Qual è invece il motivo per cui siamo così bloccati, chiusi, stereotipati, anche se professiamo l’esatto contrario? E’ per la presenza del Vaticano, per i 30 anni o giù di lì di democristiani al governo? O più semplicemente perché viviamo in un paese di cui non sappiamo neanche quante cose ci permette la nostra Costituzione?

Next stop

Mi ha sempre incuriosito, fin da bambino, la voce dell’annunciatrice della Metro di Roma (sia linea A che B).

Quella strana frase che di stazione in stazione ripeteva, e che suonava come in questo esempio:

Ponte Mammolo, neks sto’ Santa Maria der Soccorso.

E, quando necessario, l’aggiunta:

Raitt sai dekksit.

Perché parlo di sta cazzata?
Perché ho notato che, seppure ci stiano mettendo due anni e passa a cambiare quattro scale mobili e montare due pannelli alle pareti di Termini, in proporzione ci hanno messo infinitamente più tempo a correggere ‘sta pronuncia inglese del cazzo.

Ovvero, da quando sono ragazzino io fino a non più di due mesi fa.

Per carità, massimo rispetto per la ragazza che aveva pazientemente doppiato le 8 parole del messaggio (next stop – left side exit – right side exit / che poi in realtà sono solo 6 diverse), ma un rinnovamento era necessario.
Il problema è che si è caduti nell’errore opposto – spero – per eccesso di zelo.

Ovvero, adesso la dolce signorina che informa turisti e simili sulla loro posizione nel sottosuolo della città eterna, dice una cosa tipo:

Awwwraivn’ at Ponte Mammolo, left said ekseeet; next staa’, Santa Maria der Soccorso.

Perché “DER Soccorso” è intraducibile. Almeno quello.

Per il 2012.

Fare gli auguri di buon anno a tutti gli altri, sarebbe scontato.
E allora gli auguri li faccio a me stesso.

Mi auguro di riuscire a liberarmi di tutta una serie di cliché, di abitudini, di far smettere di girare le ruote da criceto che corro da un po’ troppo tempo e ormai cigolano. (E non perché non ci abbia messo l’olio.)

Mi auguro di imparare a conoscere le persone, vecchie e nuove ma soprattutto nuove, approcciandomi umanamente in modo diverso, riuscendo a riscoprire così anche me stesso.

Mi auguro infine di smetterla di fossilizzarmi sul passato, quel che è stato è stato, in qualunque campo, mi ha fatto crescere ridendo oppure piangendo, ma non mi faranno crescere sempre le stesse cose.
C’è bisogno di nuovi stimoli.

Buon 2012, Daniele.
Che sia un anno “nuovo”. Te lo auguro di tutto cuore.

Breve racconto del 12 novembre.

Spero abbiate la voglia di perdere 5 minuti a leggerlo.

Non mi soffermerò su Berlusca si / Berlusca no, vorrei solo rendervi partecipi di come lo stato, nei suoi rappresentanti, tratta il popolo.

Arrivo con 3 amici e bandiera tricolore verso le 22 al Quirinale, e per la verità la piazza è già mezza vuota, e c’è Gabriele Paolini che fa da mattatore tra foto e pipponi attaccati a chi lo ascolta.
Ma il clima è festoso, si ride, si scherza, si fa qualche coro, la situazione è molto rilassata.

Dopo 30-40 minuti decidiamo di raggiungere Palazzo Grazioli, ed infatti il grosso della folla si è concentrato lì.
Stessa situazione, solo un po’ più accalcati, ma si va avanti tra cori, qualche intervista, foto, sbandierate. Tutti sono tranquilli e felici, e non c’è nessun cenno di tensione. La strada, come la logica impone, è chiusa al traffico… e a piazza Venezia non ci sono particolari ingorghi; segno che il traffico riesce più o meno agilmente a svicolare per altre vie.

Ma verso le 23:30, il colpo di genio degli addetti alla sicurezza della nostra città: via del Plebiscito riapre al traffico incurante del fatto che (a occhio), ci saranno circa 2000 persone che stanno dimostrando davanti Palazzo Grazioli, pacificamente ma soprattutto ALLEGRAMENTE.

La riapertura è corredata da un ovvio cordone di Carabinieri che comincia a pressare la gente, cercando di farla indietreggiare. Ci sediamo a terra, tutti con le mani alzate e senza atteggiamenti violenti. Dopo solo qualche minuti però, dico la verità non ho visto com’è cominciata la cosa, ma quello che ho visto è che 1-2 Carabinieri hanno cominciato a dare delle manganellate alle persone in prima fila; ovvio che la gente si è alzata e ha cercato di farli smettere… per fortuna tutto sembra essersi poi risolto per il meglio, con la gente ai lati della strada e autobus, taxi, motorini che passano tra le due “rive”.
Dopodiché, in un momento di minor traffico, i dimostranti si sono riversati per la carreggiata: dopo qualche minuto e qualche scambio di battute con i poliziotti dietro le transenne, siamo usciti dal corteo per tornare verso l’auto e quindi casa.

A piazza Venezia, però, anche se sapevo già la risposta, ho voluto chiedere ad una squadra di 6-7 vigili urbani il perché della riapertura al traffico. Se avessero mantenuto la chiusura realisticamente non più di altre due ore, la gente sarebbe defluita spontaneamente.
La risposta è stata ovvia: “ordini del questore”, a cui ho ribattuto dicendogli che me lo aspettavo, e chiedendogli come il questore di una città come Roma possa davvero usare così poco la logica, mandando autobus, taxi, moto, auto private in mezzo a una folla, a questo punto agitata anche dalle colluttazioni con i Carabinieri, con tutti i pericoli che ne conseguono. E’ disarmante come si possa dare un ordine del genere in quella situazione, ma tant’è.

Quello che rimane, ogni volta, è l’amarezza per come è andata, per come le nostre istituzioni sappiano sempre “buttarla in caciara”, o se vogliamo dirla diplomaticamente “come possano essere così poco lungimiranti”.

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