Dice, che succede l’8 dicembre?
E’ la festa dell’Immacolata Concezione, e questo lo sapevamo.
Roba di albero, di pompieri che mettono corone, di Papi che fanno la sfilata a piazza di Spagna.
Ah si, pure di gente che va a fare regali. Che bello il Natale, quando la gente si ricorda che esistono anche gli altri.
No, quello che in questo 8 dicembre mi è successo di diverso, è legato al video che ho posto come introduzione.
Succede che, con un invito dell’ultimo momento, ho il piacere di andare a sentire un bel concerto all’Auditorium Parco della Musica; il concerto del tour “Grovigli” di Malika Ayane.
Devo ammettere che fino all’inizio del concerto, le mie conoscenze su di lei si limitavano alla partecipazione a SanRemo e allo spot della Kellog’s (“Keep on feeling better, na na na na naaa”) ma tanto è bastato per convincermi a regalarmi una serata di buona musica.
Se dovessi dire una sola parola, un aggettivo per definirla, di sicuro sarebbe versatilità.
Non bravura, quella è palese, dati tecnici alla mano: voce calda, estensione controllata in modo perfetto, nessun graffio, nessun vibrato da gallina col collo tirato che di ‘sti tempi anche troppo spesso si sente.
Dico versatilità, sia vocale che scenica, perché è la dote che traspare chiara dalla sua persona; non è un animale da palco, non è la Katy Perry de’ noantri (per fortuna, aggiungo), anzi a tratti tra una canzone e l’altra è anche un po’ impacciata, ma di quell’impaccio che suscita tenerezza, fascino; la versatilità esplode quando il batterista batte il 4 con le bacchette, quando la musica parte.
Allora Malika ti colpisce perché per pezzi e pezzi non ci sono acuti. Non ci sono perché quello che fa la sua voce, è incunearsi tra le partiture degli altri strumenti, sfiorandoli uno per uno e giocandoci come in un gioco di seduzione; li accarezza, li guarda negli occhi, trova l’intesa e questo succede con tutta la musica che l’accompagna.
Mi ha colpito la profonda armonia che questa voce trova e costruisce con i suoni che la accompagnano. Il suo timbro ha la capacità di adattarsi a molteplici situazioni musicali; dal suadente e caldo di “Little brown bear” (il pezzo che le ha scritto un certo Paolo Conte), all’etereo e cadenzato della cover di “Heart of glass” di Blondie.
Ciò che la aiuta nel sostenere quest’armonia, è sicuramente la sezione vocale presente nella sua band. Voci perfette per stare accanto alla sua, che le danno la possibilità di chiusure che in altri casi sarebbero veramente “spoglie” (ascoltare “Thoughts and clouds” per credere).
Insomma, Malika Ayane, per quel che mi riguarda, ridà linfa vitale a un panorama musicale, italiano e oltre, estremamente piatto, così tanto caciarone da creare un tappeto di caciara, dal quale finisci per disinteressarti; una voce vera, ben padroneggiata, su dei pezzi che la valorizzano decisamente.
Per questo ho voluto includere quel video della protesta degli orchestrali e del pubblico del festival di SanRemo, un segno forte che non siamo stati tutti lobotomizzati dal commerciale, ma anzi la voglia di belle cose è sempre viva. Avanti così, Malika e noi tutti.
P.S.
Mi sono innamorato di Giulia Monti, la violoncellista. Aaaahhhh.

