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Next stop

Mi ha sempre incuriosito, fin da bambino, la voce dell’annunciatrice della Metro di Roma (sia linea A che B).

Quella strana frase che di stazione in stazione ripeteva, e che suonava come in questo esempio:

Ponte Mammolo, neks sto’ Santa Maria der Soccorso.

E, quando necessario, l’aggiunta:

Raitt sai dekksit.

Perché parlo di sta cazzata?
Perché ho notato che, seppure ci stiano mettendo due anni e passa a cambiare quattro scale mobili e montare due pannelli alle pareti di Termini, in proporzione ci hanno messo infinitamente più tempo a correggere ‘sta pronuncia inglese del cazzo.

Ovvero, da quando sono ragazzino io fino a non più di due mesi fa.

Per carità, massimo rispetto per la ragazza che aveva pazientemente doppiato le 8 parole del messaggio (next stop – left side exit – right side exit / che poi in realtà sono solo 6 diverse), ma un rinnovamento era necessario.
Il problema è che si è caduti nell’errore opposto – spero – per eccesso di zelo.

Ovvero, adesso la dolce signorina che informa turisti e simili sulla loro posizione nel sottosuolo della città eterna, dice una cosa tipo:

Awwwraivn’ at Ponte Mammolo, left said ekseeet; next staa’, Santa Maria der Soccorso.

Perché “DER Soccorso” è intraducibile. Almeno quello.

Lotto (a) dicembre.

Dice, che succede l’8 dicembre?

E’ la festa dell’Immacolata Concezione, e questo lo sapevamo.
Roba di albero, di pompieri che mettono corone, di Papi che fanno la sfilata a piazza di Spagna.
Ah si, pure di gente che va a fare regali. Che bello il Natale, quando la gente si ricorda che esistono anche gli altri.

No, quello che in questo 8 dicembre mi è successo di diverso, è legato al video che ho posto come introduzione.
Succede che, con un invito dell’ultimo momento, ho il piacere di andare a sentire un bel concerto all’Auditorium Parco della Musica; il concerto del tour “Grovigli” di Malika Ayane.

Devo ammettere che fino all’inizio del concerto, le mie conoscenze su di lei si limitavano alla partecipazione a SanRemo e allo spot della Kellog’s (“Keep on feeling better, na na na na naaa”) ma tanto è bastato per convincermi a regalarmi una serata di buona musica.

Se dovessi dire una sola parola, un aggettivo per definirla, di sicuro sarebbe versatilità.
Non bravura, quella è palese, dati tecnici alla mano: voce calda, estensione controllata in modo perfetto, nessun graffio, nessun vibrato da gallina col collo tirato che di ‘sti tempi anche troppo spesso si sente.

Dico versatilità, sia vocale che scenica, perché è la dote che traspare chiara dalla sua persona; non è un animale da palco, non è la Katy Perry de’ noantri (per fortuna, aggiungo), anzi a tratti tra una canzone e l’altra è anche un po’ impacciata, ma di quell’impaccio che suscita tenerezza, fascino; la versatilità esplode quando il batterista batte il 4 con le bacchette, quando la musica parte.
Allora Malika ti colpisce perché per pezzi e pezzi non ci sono acuti. Non ci sono perché quello che fa la sua voce, è incunearsi tra le partiture degli altri strumenti, sfiorandoli uno per uno e giocandoci come in un gioco di seduzione; li accarezza, li guarda negli occhi, trova l’intesa e questo succede con tutta la musica che l’accompagna.

Mi ha colpito la profonda armonia che questa voce trova e costruisce con i suoni che la accompagnano. Il suo timbro ha la capacità di adattarsi a molteplici situazioni musicali; dal suadente e caldo di “Little brown bear” (il pezzo che le ha scritto un certo Paolo Conte), all’etereo e cadenzato della cover di “Heart of glass” di Blondie.
Ciò che la aiuta nel sostenere quest’armonia, è sicuramente la sezione vocale presente nella sua band. Voci perfette per stare accanto alla sua, che le danno la possibilità di chiusure che in altri casi sarebbero veramente “spoglie” (ascoltare “Thoughts and clouds” per credere).

Insomma, Malika Ayane, per quel che mi riguarda, ridà linfa vitale a un panorama musicale, italiano e oltre, estremamente piatto, così tanto caciarone da creare un tappeto di caciara, dal quale finisci per disinteressarti; una voce vera, ben padroneggiata, su dei pezzi che la valorizzano decisamente.

Per questo ho voluto includere quel video della protesta degli orchestrali e del pubblico del festival di SanRemo, un segno forte che non siamo stati tutti lobotomizzati dal commerciale, ma anzi la voglia di belle cose è sempre viva. Avanti così, Malika e noi tutti.

P.S.
Mi sono innamorato di Giulia Monti, la violoncellista. Aaaahhhh.

Volere è potere.

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Via Nazionale, Roma, circa mezz’ora fa.
Lampeggianti e sirene spiegate se ne vedono e sentono tutti i giorni per tutto il giorno. Penso qualcosa come “il solito Napolitano”.

Ma pochi minuti fa non si udivano sirene, si vedeva solo il lampeggiante silenzioso delle luci blu acceso. Poco dietro, due carri funebri. Il pensiero allora si ricollega subito alla tragedia di due uomini che stavano cercando di disinnescare bombe.
Ma davvero l’omaggio della scorta, del berretto sulla bara, della cerimonia a Santa Maria degli Angeli, servono a dare più dignità a queste morti? La dignità gliela dà quello che stavano facendo, a mio parere. Non la schiera di militari a piazza della Repubblica.

Gli onori militari a queste due salme, secondo me, dovrebbero ribadire una volta di più quello che tutti dovrebbero aver capito da tempo.
Chi ha deciso di fare la guerra, di sicuro non è quello che va a disinnescare bombe piuttosto che a sorvegliare zone calde. Chi ha deciso di fare la guerra, i funerali dei militari se li guarda, di sicuro non li subisce.
Mi sono sinceramente commosso al passaggio delle salme. Come al solito, chi paga, è chi sta sotto, non sopra.

Ecco spiegato il titolo di questo mio intervento. Chi sta sopra può, ma non vuole, fermare questo massacro.
Chi sta sotto vuole, ma non può, evitare questo massacro.

E il cielo di Roma oggi dice tutto. È carico di lacrime, ma non riesce a piangere dalla rabbia.

raiperunanotte

Ecco il banner.

Questa sera, dalle 21. Dal vivo a Bologna, in streaming su Internet, in piazza con maxischermi in diverse città. L’elenco completo è sul sito.

Viva la libertà d’informazione, e soprattutto la voglia di informarsi.

EDIT:

ed ecco lo streaming della trasmissione. Questa sera, 25 marzo 2010, alle 21:00.

Il paese delle capre

Bene. Pensavo di posticipare di qualche giorno il completamento e la pubblicazione di questo articolo, visti particolari impegni. Ma penso anche che questo sia il momento di dedicare dieci minuti in più per esplicitare qualche pensiero ricorrente.

In passato abbiamo visto tante volte questo film. Al terrorismo non ci crede più nessuno. Agli anarchici, alle BR, ai NAR. Roba morta e sepolta.

Forse neanche mai esistita, nella mente. Forse, solo le braccia di qualcuno che non può e non deve sporcarsi le mani. Qualcuno dice dei servizi segreti. Comincio a pensarlo anche io.

Voglio dire, dopo tanti anni si può ragionare a mente fredda, e con qualche elemento in più, venuto fuori col passare del tempo. Si vedono le cose da un’altra angolazione, si intuiscono certe dinamiche che possono aver scatenato gli eventi.

E allora perché non dovrebbe essere così anche in questo caso? Perché dovremmo credere che il pacco bomba alla Bocconi è frutto degli anarchici, come ci dicono i giornali? Stranamente poi, pochissimi giorni dopo l’attentato a Silvio Berlusconi. Insomma su, vabbè che siamo un popolo di rincoglioniti, vabbè che hanno cercato di anestetizzarci la ragione con le tette della D’Urso e di Monica Setta, però questo mi sembra poprio il colmo, anche un ragazzino di 6 anni mangerebbe la foglia.

Questo non è partire prevenuti, ma partire dall’ipotesi più probabile.

Il vero problema, è che sentiremo ancora gente per strada che imprecherà “sono stati i comunisti”, “sono tornati gli anni di piombo” e cose del genere. Ricordiamoci, tutti, che gli anni di piombo tornano se, come e quando lo decidono i servizi segreti. E’ roba loro. Sono gli unici che possono disporre della cosa. Quindi, meno allarmismo e cerchiamo di smerdare questo sistema che da più di 30 anni mette in ginocchio l’Italia, mettendola in ginocchio, al servizio della politica e dei politici, invece che del popolo.

Aprite gli occhi

Lettera aperta a Rino Gaetano

« C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta. »

(Rino Gaetano ad un concerto prima di cantare Nuntereggae più nel 1979)

Caro Rino, ci manchi.

Non sai quanto vorrei poter santificare e celebrare le tue parole. Mi sarebbe piaciuto poter dire

guarda sto cavolo di Rino Gaetano, c’ha preso un’altra volta.

ma sinceramente ho difficoltà a trovare le motivazioni giuste, le ragioni per dirlo.

I giovani hanno ancora gli occhi pieni di sale, forse ancora più di prima. La comunicazione di massa purtroppo non ha portato solo benefici. La comunicazione di massa ha permesso praticamente a tutti, di avere l’illusione della conoscienza totale; di sentirsi sicuri di poter sapere e controllare tutto ciò che si vuole, abbattendo le barriere che prima lo impedivano.

Ma quali sono queste barriere, Rino? A mio avviso sono di due tipi. Fisiche e mentali.

Le barriere fisiche sono state sconfitte, in modo superbo, dallo sviluppo e dalla diffusione della tecnologia. Su questo non c’è dubbio.

Le barriere mentali, invece, sono diventate più difficili da aggirare. Nei tuoi anni era tutto più facile. L’ostacolo era evidente, quasi era lui che ti veniva a cercare. E vedendolo chiaramente, si poteva ragionare su di esso e cercare di capire come sconfiggerlo! Ma oggi, oggi caro Rino, stiamo molto peggio di quanto pensi! Perché l’ostacolo alla nostra possibilità di comunicare, di informarci, di confrontarci, è molto più subdolo. Ci da la convinzione di essere iperconnessi, ipercomunicativi, ma in realtà non diciamo niente di sostanzioso.

Io pensavo che Internet, su tutti i mezzi di comunicazione di massa, avrebbe permesso alle persone di mostrare le proprie idee, conoscere quelle delle altre persone, trovare punti di congiunzione e scambiarsi cultura. All’inizio, forse. All’inizio è stato così. Ma ora si sta appiattendo tutto, soprattutto il livello delle cose che ci comunichiamo. Oggi si sfrutta la possibilità di arrivare a comunicare con una o più persone, senza aver veramente qualcosa da dire. Ci si dice sciocchezze, ci si raccontano inezie; mentre ciò che abbiamo dentro, ciò che è personale e ragionato, rimane dentro di noi, perché il mezzo è diventato talmente pubblico che è anche normale avere un po’ di pudore.

E allora a che cosa serve la comunicazione di massa se non ci permette di diventare migliori? Te lo dico io a cosa serve, ad illuderci. Ad illuderci di sentirci liberi, in un certo senso potenti, capaci di controllare.

Per farla breve, mi sa tanto che il sale non se n’è mai andato dai nostri occhi, purtroppo.

Un po’ di cose per comprendere Rino Gaetano

Giorni intensi.

Ah mamma mia ragazzi. Questi giorni sono stati abbastanza intensi.

Chiaramente tutto parte da domenica notte, sappiamo tutti quello che è successo. A Roma tutto trema, ma niente più di quello. Solo che trema un bel po’, quindi è facile immaginare che non è qualcosa di ordinario. Prima di due ore in televisione non si saprà cosa è successo, preferiscono continuare a passare il solito Marzullo. Contenti loro.

Ovviamente dalla mattina tutto appare più chiaro: l’epicentro a L’Aquila, le case distrutte, e tutto quello che ne consegue. Uno dei pochi media che hanno diffuso notizie (da domenica notte in diretta senza sosta per praticamente due giorni) è stato RadioRock. Da cui viene organizzata una raccolta di cose utili, di prima necessità, da spedire in Abbruzzo. L’appuntamento è per il giorno dopo, martedì 7 aprile, davanti la sede di RadioRock sia per chi vuole portare le cose da spedire, sia per chi le vuole portare in Abbruzzo. L’idea iniziale era di mandare 2-3 camion.

Arriva martedì. Almeno per me giornata impegnativa anche perché, col pensiero all’Abbruzzo e alla gente che sta caricando i camion a Portonaccio: ma in tutto questo c’è da fare all’università, Jean Baptiste Fourier vuole la mia testa ed abbiamo un conto in sospeso. Già dalla mattina si capisce che in realtà l’iniziativa si è allargata (anche grazie al tam-tam del giorno prima, tramite Facebook o il semplice passaparola). Si capisce perché sembra già che servano una decina di camion per caricare tutta la roba arrivata a RadioRock.

Il pomeriggio passa più o meno indenne, tra coefficienti e cappucci, e a quel punto invece di tornare a casa decido di fare un salto a RadioRock per vedere se posso almeno dare un piccolo contributo. Arrivato lì vedo una montagna di scatole e di persone davanti l’entrata e nell’atrio della radio; sono arrivato in un momento di “pausa”, per modo di dire, visto che la pausa è dovuta al fatto che è appena partito un camion e si aspetta l’arrivo di un altro. Appena arriva il nuovo camion, che se non sbaglio era proprio quello che l’esercito ha messo a disposizione, si riformano le due catene umane per trasportare gli scatoloni, l’acqua, lo scatolame fino al camion; finalmente riesco a rendermi utile. Ma questo non conta niente, la cosa che conta è un’altra: è vedere che centinaia di persone, come me, si sono messe chi in fila a fare catena, chi sul camion a sistemare la roba, chi nell’atrio della radio a mandare fuori i pacchi giusti da caricare. E nel frattempo incursioni dei vari DJ e relative DJesse di RadioRock che oltre a dare concretamente una mano contribuivano a tenere alto il morale della truppa.

Il camion dei militari sembra avere una capienza infinita, viene caricato di tutto. Acqua, cibo, vestiti, saponi, coperte, mutande. Tutto accuratamente stipato. Una volta carico il camion viene ricoperto col suo telone verde e libera il posto nella viuzza per altri camion. Anche qui prima si scarica un furgone (ricordo che è di una qualche gruppo di ciclisti) che, credetemi, per poco non toccava terra da quanto era carico. Altra catena per scaricare e organizzare la roba, e subito dopo un nuovo furgone pronto a partire per l’Abbruzzo.

A questo punto devo andare via, sono stato appena un’ora e mezza (mea culpa, mea culpa, sarei voluto stare lì tutta la giornata!) ma ho il cuore e gli occhi pieni di gioia e di felicità per quello che ho visto e in piccolissima parte ho contribuito a fare. Felicità che aumenta quando vengo a sapere che i camion partiti per L’Aquila e dintorni sono in tutto 31.

Si, 31.

Da 3 a 31. Dieci volte di più del previsto. Penso che basti questo, non serva commentare tale dato. Trentuno camion che oggi, mercoledì 8 aprile, sono partiti, arrivati, sono stati smistati a seconda di dove c’era bisogno. Ed ora, mentre scrivo, la diretta in cui si raccoglievano le impressioni e le sensazioni di chi ha fatto questo viaggio; e si continua a dare informazioni sui punti di raccolta in giro per Roma e provincia.

Grazie, RadioRock. Sono due giorni che dite che siamo noi a dover essere ringraziati, ma non posso fare a meno come gli altri che hanno lavorato almeno un po’ con voi, di ringraziarvi per tutto quello che avete creato. Che se non ho capito male, è partito da Marcello Caponi (fustigatemi se sbaglio!).

Finisco con una battuta, per quanto banale e scontata: Prince Faster è molto più bello dal vivo che in foto, lasciatevelo dire. E pure più secco.

NOTA BENE: RADIOROCK NON HA RACCOLTO E NON STA RACCOGLIENDO, TUTT’ORA, DENARO. SE QUALCUNO VE LO CHIEDE A NOME LORO, PRENDETE LE CONTROMISURE NECESSARIE (offese, segnalazioni, ecc).