Direte s’è rincoglionito. Direte che caccio c’entra l’autunno che siamo ancora a giungo e fanno 30 gradi fissi.
Non mi sono ancora rincoglionito, o almeno lo spero. Però qui sembra tanto autunno. Sembra come quando, da un giorno all’altro di settembre/ottobre, ti accorgi che gli alberi sono tutti gialli. Beh, che ci crediate o no, nonostante il sole che spacca le pietre, mi sento come a settembre; quando so che sta per tornare il freddo, i maglioni le sciarpe e le giacche a vento. Da un attimo all’altro passi dall’essere a un passo dalla vittoria, a ritornare tanto indietro che non sembra neanche che tu abbia fatto ancora il primo giro.
Vabbè, fa tutto parte del gioco. D’altra parte non ti può sempre dire bene. Però quando succede ti fa sentire una foglia secca, non un’appendice verde e forte, soprattutto quando ce l’hai messa tutta per protrarti verso i raggi del sole. E questo ti fa rosicare, nessun dubbio.
Non avrei mai pensato, in vita mia, di ritrovarmi quasi a ringraziare le strisce blu per i parcheggi che imperano in quasi tutta Roma.
Ed invece proprio quelle, nei pressi dell’isola Tiberina, mi hanno dato la possibilità di scoprire Roma da un lato diverso.
Il fatto è che avevo pagato due ore di parcheggio, di prima mattina, per un impegno che avevo. Impegno che però non mi ha preso più di mezz’ora. Che fare quindi? Tornare a casa a dormire o farsi una passeggiata?
Prima di tutto vado a fare colazione. Mi avvicino a viale Trastevere, e dopo essermi rifocillato decido di fare una passeggiata nel quartiere di Trastevere, cosa che in vita mia avevo fatto quasi esclusivamente di sera/notte.
Ecco quindi che scopro un quartiere, uno dei più antichi di Roma se non il più antico, sotto una luce diversa (letteralmente, quella del sole): un quartiere che ora, in una mattina dormigliona si sabato, sembra proprio un piccolo paesino di montagna, con le sue stradine e vicoletti, piccole piazze, case base… tutt’altro che i casermoni di cemento armato dove in genere siamo abituati a vivere. Mi stupisce la pochissima gente che c’è in giro, quasi tutti turisti; mi rendo conto che Trastevere così non l’avevo veramente mai conosciuto. E fa più che piacere, sapere che non è solo il teatro di storiche ubriacate con gli amici quel quartiere, solo venditori ambulanti e frotte di gente alla ricerca del locale giusto. E’ qualcosa di meno, in senso positivo: Trastevere è anche un posto tra i più affascinanti di Roma. Assolutamente da gustare nelle due versioni, giornaliera e serale/notturna.
Poi, tornando verso la macchina (sono ormai a metà del tempo concessomi dalla STA), dovendo ripassare per l’isola Tiberina, mi dico di scendere a visitarla ai suoi piedi, altra cosa che non avevo mai fatto; ci ero sempre passato sopra e mai alla riva del “biondo” Tevere. Scendo quindi dall’unica scalinata che c’è sull’isola, e cioé quella davanti all’entrata dell’ospedale, e anche qui scopro che a 24 anni ne ho di cose da imparare su Roma: camminare per quel lungotevere infatti, fa scoprire sia quanto è sporco il Tevere, ma anche che innegabilmente il fulcro di tutta la città. Da lì si ha quasi l’impressione di essere alla sorgente di Roma, che da lì parta tutta la città e che lì sia tutto collegato. E tutto questo nella semplicità di una passeggiata senza particolari attrazioni, con la sola caratteristica di circumnavigare l’isola. Eh si, anche perché come ho detto prima la scala è una, quindi se sei dall’altro lato dell’isola, ti conviene finire di fare il giro.
Che dire, Roma c’hai sempre qualcosa da insegnacce.
Ah mamma mia ragazzi. Questi giorni sono stati abbastanza intensi.
Chiaramente tutto parte da domenica notte, sappiamo tutti quello che è successo. A Roma tutto trema, ma niente più di quello. Solo che trema un bel po’, quindi è facile immaginare che non è qualcosa di ordinario. Prima di due ore in televisione non si saprà cosa è successo, preferiscono continuare a passare il solito Marzullo. Contenti loro.
Ovviamente dalla mattina tutto appare più chiaro: l’epicentro a L’Aquila, le case distrutte, e tutto quello che ne consegue. Uno dei pochi media che hanno diffuso notizie (da domenica notte in diretta senza sosta per praticamente due giorni) è stato RadioRock. Da cui viene organizzata una raccolta di cose utili, di prima necessità, da spedire in Abbruzzo. L’appuntamento è per il giorno dopo, martedì 7 aprile, davanti la sede di RadioRock sia per chi vuole portare le cose da spedire, sia per chi le vuole portare in Abbruzzo. L’idea iniziale era di mandare 2-3 camion.
Arriva martedì. Almeno per me giornata impegnativa anche perché, col pensiero all’Abbruzzo e alla gente che sta caricando i camion a Portonaccio: ma in tutto questo c’è da fare all’università, Jean Baptiste Fourier vuole la mia testa ed abbiamo un conto in sospeso. Già dalla mattina si capisce che in realtà l’iniziativa si è allargata (anche grazie al tam-tam del giorno prima, tramite Facebook o il semplice passaparola). Si capisce perché sembra già che servano una decina di camion per caricare tutta la roba arrivata a RadioRock.
Il pomeriggio passa più o meno indenne, tra coefficienti e cappucci, e a quel punto invece di tornare a casa decido di fare un salto a RadioRock per vedere se posso almeno dare un piccolo contributo. Arrivato lì vedo una montagna di scatole e di persone davanti l’entrata e nell’atrio della radio; sono arrivato in un momento di “pausa”, per modo di dire, visto che la pausa è dovuta al fatto che è appena partito un camion e si aspetta l’arrivo di un altro. Appena arriva il nuovo camion, che se non sbaglio era proprio quello che l’esercito ha messo a disposizione, si riformano le due catene umane per trasportare gli scatoloni, l’acqua, lo scatolame fino al camion; finalmente riesco a rendermi utile. Ma questo non conta niente, la cosa che conta è un’altra: è vedere che centinaia di persone, come me, si sono messe chi in fila a fare catena, chi sul camion a sistemare la roba, chi nell’atrio della radio a mandare fuori i pacchi giusti da caricare. E nel frattempo incursioni dei vari DJ e relative DJesse di RadioRock che oltre a dare concretamente una mano contribuivano a tenere alto il morale della truppa.
Il camion dei militari sembra avere una capienza infinita, viene caricato di tutto. Acqua, cibo, vestiti, saponi, coperte, mutande. Tutto accuratamente stipato. Una volta carico il camion viene ricoperto col suo telone verde e libera il posto nella viuzza per altri camion. Anche qui prima si scarica un furgone (ricordo che è di una qualche gruppo di ciclisti) che, credetemi, per poco non toccava terra da quanto era carico. Altra catena per scaricare e organizzare la roba, e subito dopo un nuovo furgone pronto a partire per l’Abbruzzo.
A questo punto devo andare via, sono stato appena un’ora e mezza (mea culpa, mea culpa, sarei voluto stare lì tutta la giornata!) ma ho il cuore e gli occhi pieni di gioia e di felicità per quello che ho visto e in piccolissima parte ho contribuito a fare. Felicità che aumenta quando vengo a sapere che i camion partiti per L’Aquila e dintorni sono in tutto 31.
Si, 31.
Da 3 a 31. Dieci volte di più del previsto. Penso che basti questo, non serva commentare tale dato. Trentuno camion che oggi, mercoledì 8 aprile, sono partiti, arrivati, sono stati smistati a seconda di dove c’era bisogno. Ed ora, mentre scrivo, la diretta in cui si raccoglievano le impressioni e le sensazioni di chi ha fatto questo viaggio; e si continua a dare informazioni sui punti di raccolta in giro per Roma e provincia.
Grazie, RadioRock. Sono due giorni che dite che siamo noi a dover essere ringraziati, ma non posso fare a meno come gli altri che hanno lavorato almeno un po’ con voi, di ringraziarvi per tutto quello che avete creato. Che se non ho capito male, è partito da Marcello Caponi (fustigatemi se sbaglio!).
Finisco con una battuta, per quanto banale e scontata: Prince Faster è molto più bello dal vivo che in foto, lasciatevelo dire. E pure più secco.
NOTA BENE: RADIOROCK NON HA RACCOLTO E NON STA RACCOGLIENDO, TUTT’ORA, DENARO. SE QUALCUNO VE LO CHIEDE A NOME LORO, PRENDETE LE CONTROMISURE NECESSARIE (offese, segnalazioni, ecc).
Vorrei fare, da cittadino semplice, un’analisi semplice del discorso ronde.
Prima incongruenza. Parto da una cosa semplice. Se io pago le tasse, tra le tante cose, anche perché lo stato controlli e mi protegga, perché dovrei uscire in strada per fare le ronde e proteggermi da solo (rischiando, in quanto non armato, di trovarmi in situazioni che non so/posso fronteggiare)?
Seconda incongruenza. L’attuale governo ha fatto dell’incremento della sicurezza forse il cardine più forte della sua campagna elettorale. Tale governo dovrebbe potermi assicurare la sicurezza, visto che l’ha promessa. Invece mi dice “mi hai eletto, grazie, ora esci per strada e difenditi.” (Leggi: “sono arrivato dove volevo sfruttandoti, ora puoi anche andare affanculo”).
Terza incongruenza. In quanto non armati (e giustamente, non essendo forze dell’ordine) ma dovendo svolgere attività quasi di polizia, i componenti delle ronde sono potenzialmente sempre a rischio nel mettersi contro situazioni pericolose, in cui i criminali potrebbero essere armati a piacimento. Quindi le forze dell’ordine dovrebbero stare comunque con la pulce nell’orecchio, pronti ad andare a salvare i rondisti.
Quarta incongruenza. Prendo spunto da quanto ho sentito pochi minuti fa dal sempre pungente Gianni Ippoliti. “I criminali non sono scemi: si sono già provvisti di pettorine e sono vestiti da ronda.”
Quinta incongruenza. I componenti delle ronde, devo essere apartitici. Ora, qualcuno mi vuole spiegare quale padre di famiglia che deve mantenere moglie e figli, andrebbe a rischiare di notte di essere magari accoltellato?
Poi mi chiedo anche, seguendo “L’arena” su RaiUno, a chi ha fatto favori Paola Ferrari, per stare in fascia di massima audience a parlare di politica quando fa la giornalista sportiva.
Siete tutti invitati a commentare e a portare le vostre ragioni. Intavoliamo un discorso civile così capiamo meglio tutti se queste ronde possono essere davvero utili.
A mio avviso, tutta la gente che è d’accordo col fatto che la sicurezza in Italia deve essere aumentata (realmente, non come dicono sempre i politici la “sicurezza percepita”), invece di mettersi in strada a fare le ronde, dovrebbe andare a manifestare (leggi: farsi sentire decisamente) sotto al ministero dell’interno, a chiedere che i soldi che noi diamo allo stato siano investiti anche in polizia, carabinieri ed educazione civica (si, perché l’italiano, di indole, ha dell’incivile); e non in progetti lunghi 10-20 anni di fantomatiche centrali nucleari. Dove sappiamo tutti che i fondi destinati a procedure di controllo e messa in sicurezza andrebbe a finire in ben altre tasche, pardon progetti.
Poco fa, mentre cenavo e seguivo distrattamente il TG1 (concedetemelo – almeno lì non ci sono zoomate ogni due secondi sulle chiappe della Silvstedt) vengo colpito da una sicuramente singolare iniziativa, già realizzata in altri paesi ed in partenza anche in Italia: sugli autobus di alcune città, sembra a cominciare da Genova (fonte Repubblica.it), appariranno presto spot (se non ho capito male dell’UAAR) che propagandano la tesi che Dio non esista. Sul genere di questo che segue.
Lo spot spagnolo sui mezzi pubblici
Ora a me, da cristiano credente, sorge spostanea la domanda del perché di questa azione.
Molti diranno
beh, se fa la pubblicità l’8×1000 sugli autobus e per strada, perché non possiamo farla noi?
Niente di più vero. Però continuo a non capire una cosa: che visione avete, voi che promuovete questa iniziativa, della Chiesa? Avete capito di quale Chiesa parlo? Ma soprattuto sapete cosa vuol dire Chiesa? (Devo darvi del tu sennò impazzisco)
Probabilmente vi riferite alla Chiesa come istituzione quasi monarchica, chiusa nei palazzi del Vaticano, contornata dall’oro e dallo IOR. Ma molta gente non sa il vero significato di Chiesa. Lo riporto da Wikipedia per giustificare la fonte (ammesso che Wikipedia sia una fonte attendibile):
Nel greco classico il termine chiesa indica l’assemblea della popolazione (il demos) di una città libera. Il termine ha quindi un significato politico e non religioso, e potrebbe tradursi (secondo l’etimologia del termine) “convocazione”. I cittadini che formano l’ἐκκλησία (ekklēsia) sono gli ἐκκλητοι (ekkletoi), i convocati.
È ovvio che se ci si ferma ad una interpretazione superficiale del termine, la provocazione è fin troppo facile. Chi ha ideato questi spot, e chi lo ha supportato, si è mai fermato ad approfondire il “nemico” (con due virgolette grosse come una casa) che contesta? Io penso, da come sento spesso parlare la gente, che pochi si chiedano da chi è formata veramente la Chiesa, e pensano che siano poche centinaia di cardinali a costituirla. Altresì, da quello che ho potuto vedere e ascoltare, c’è molto poco aggiornamento da parte delle persone su quello che è al giorno d’oggi una comunità cristiana (cattolica per mia diretta esperienza); come immaginano che sia la collaborazione con un parroco, piuttosto che il fare servizio in un qualunque gruppo parrocchiale/diocesano? Qualcosa di altri tempi? Qualcosa al quale solo persone pie e che recitano 40 rosari al giorno hanno accesso? No cari, vi posso dire che non è così. La Chiesa di oggi è fatta da persone di oggi, che agiscono come si sentono oggi. Le persone con cui parlo e con cui discuto di ciò, la maggior parte delle volte non hanno idea di come viva una data comunità, di cosa faccia, come e perché. Per il semplice fatto che non prova neanche ad avvicinarsi.
Avvicinarsi non perché si debba essere “plagiati” dalle astute menti dei preti, e portati come pecorelle al pascolo, ma semplicemente per avere cognizione di causa verso ciò di cui si parla.
Questo è quello che mi fa rodere dentro, che spesso la gente parla senza cognizione di causa. Parla perché ha sentito dire, parla perché è più comodo ripetere che analizzare, confrontarsi ed esprimere il risultato (qui molti potrebbero cogliere una citazione). Personalmente mi sono confrontato con varie situazioni e varie dinamiche, e penso che sto da una certa parte perché ho ragionato e valutato sulle mie esperienze.
Allora vi prego, fatelo anche voi che dite che stare dall’altra parte è meglio. Provate a stare di qua per un po’. O almeno ad osservare. Secondo me quei cartelloni comincerebbero a sbiadirsi…
Torno su questi schermi per augurarvi un buon Natale, quel Natale che non sia solo un motivo in più per andare per negozi a spendere, ma che faccia riflettere su quanta gente c’è che il Natale non sa neanche cosa sia, mentre noi mangiamo alla faccia loro.
E prometto di tornare a scrivere un po’ più spesso da qui in avanti
… è stato bellissimo, ieri sera, guidando nella periferia di Roma, con i finestrini spalancati, riuscire a sentire di nuovo gli odori dei prati e della città… e non solo l’odore del gasolio che sento 11 mesi all’anno…
anche se so che tra breve torneranno quegli odoracci e bisognerà stare rinchiusi in macchina coi finestrini chiusi come sardine, mi godo gli ultimi momenti di “Roma calma” che posso…