Yo dawg, I heard you like Firefox.
Il paese delle capre
Bene. Pensavo di posticipare di qualche giorno il completamento e la pubblicazione di questo articolo, visti particolari impegni. Ma penso anche che questo sia il momento di dedicare dieci minuti in più per esplicitare qualche pensiero ricorrente.
In passato abbiamo visto tante volte questo film. Al terrorismo non ci crede più nessuno. Agli anarchici, alle BR, ai NAR. Roba morta e sepolta.
Forse neanche mai esistita, nella mente. Forse, solo le braccia di qualcuno che non può e non deve sporcarsi le mani. Qualcuno dice dei servizi segreti. Comincio a pensarlo anche io.
Voglio dire, dopo tanti anni si può ragionare a mente fredda, e con qualche elemento in più, venuto fuori col passare del tempo. Si vedono le cose da un’altra angolazione, si intuiscono certe dinamiche che possono aver scatenato gli eventi.
E allora perché non dovrebbe essere così anche in questo caso? Perché dovremmo credere che il pacco bomba alla Bocconi è frutto degli anarchici, come ci dicono i giornali? Stranamente poi, pochissimi giorni dopo l’attentato a Silvio Berlusconi. Insomma su, vabbè che siamo un popolo di rincoglioniti, vabbè che hanno cercato di anestetizzarci la ragione con le tette della D’Urso e di Monica Setta, però questo mi sembra poprio il colmo, anche un ragazzino di 6 anni mangerebbe la foglia.
Questo non è partire prevenuti, ma partire dall’ipotesi più probabile.
Il vero problema, è che sentiremo ancora gente per strada che imprecherà “sono stati i comunisti”, “sono tornati gli anni di piombo” e cose del genere. Ricordiamoci, tutti, che gli anni di piombo tornano se, come e quando lo decidono i servizi segreti. E’ roba loro. Sono gli unici che possono disporre della cosa. Quindi, meno allarmismo e cerchiamo di smerdare questo sistema che da più di 30 anni mette in ginocchio l’Italia, mettendola in ginocchio, al servizio della politica e dei politici, invece che del popolo.
Aprite gli occhi
chamito su Make:
Vi segnalo, con una puntina di orgoglio, che Matt Mets ha segnalato su Make: il video-tutorial che ho pubblicato qualche tempo fa su YouTube, riguardante lo sviluppo del progetto mio e di Massimiliano Schinco per l’esame di Interfacce e sistemi multimodali, tenuto dal prof. Carlo Giovannella, col supporto dell’ISIM garage.
Di seguito il link all’articolo su makezine.com:
http://blog.makezine.com/archive/2009/10/controlling_a_synth_with_light.html
Spero che appreziate
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English version
The long link above refers to the article that Matt Mets wrote on Make: a few weeks ago about the project for a university exam (Multimodal interfaces and systems, hosted by Dr. Carlo Giovannella with ISIM garage’s support), made by me and my university mate Massimiliano Schinco.
I hope you’ll enjoy that!
Extravaganza
Premessa:
Io ho sempre pensato che questo è un paese governato dalla mafia. Ma mai, giuro, mai avrei pensato si potesse arrivare a tanto.
La TV in genere, ma più spiccatamente quella commerciale, distaccandosi abbastanza dal suo obiettivo naturale (e cioè comunicare attraverso immagine e suono), al giorno d’oggi ha la funzione di dispensatrice del pensiero comune, dell’unico vero Verbo che lo spettatore dovrebbe interiorizzare. Il che vuol dire porla ad un livello decisamente sovradimensionato rispetto alla sua stessa natura.
Ora, non ci vuole un Einstein per comprendere che è un’operazione pericolosa, o più che altro dolosa. Una volta che infatti si è riusciti a convincere il pubblico di questo fatto, e cioè di aver posto la TV al di sopra della coscienza, nella scala delle priorità di ragionamento di un individuo, lo si può indirizzare dove si vuole. Esemplifico il concetto: quell’automobile non è mia, quindi non avrei nessun diritto di guidarla, ma una volta che riesco ad entrarci e ad azionare il motore, manca solo la mia volontà per portarla dove voglio io a dispetto del proprietario.
Negli anni, gli ultimi soprattutto, dagli anni ‘90 in poi in Italia, quando la TV è diventata veramente uno strumento a portata di tutti, c’è stato secondo me un cambiamento spaventoso dei temi proposti dalle trasmissioni, spostandosi sempre più verso i format in cui si richiede (almeno teoricamente) allo spettatore di dare un giudizio e di esplicitarlo in diversi modi; in realtà, se si va a scavare, si può capire come questo giudizio non sia altro che un surrogato dei giudizi che danno i vari opinionisti nelle trasmissioni stesse. La gente non è portata a dare un suo giudizio, ma a concordare con questo o quell’altro giudizio dell’opinionista.
Ed a lungo andare, quando lo spettatore si è abituato a questo meccanismo, la TV acquisice la possibilità di far dire/fare/pensare quello che vuole al pubblico. O quantomeno di indirizzarlo.
Il risultato finale è quello che ho postato ad inizio articolo, e cioè il voler convicere l’ignaro spettatore della discutibile trasmissione “Mattino 5″ che una persona che indossa calzini color turchese e si va a far fare barba e capelli, è un individuo stravagante, da tenere d’occhio.
Ecco qual’è il male che la televisione porta al giorno d’oggi, il non saper più ragionare con la propria testa. E badate bene che, se si comincia da piccoli a ragionare con la testa degli altri, non se ne esce più.
Lettera aperta a Rino Gaetano
« C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta. »
(Rino Gaetano ad un concerto prima di cantare Nuntereggae più nel 1979)
Caro Rino, ci manchi.
Non sai quanto vorrei poter santificare e celebrare le tue parole. Mi sarebbe piaciuto poter dire
guarda sto cavolo di Rino Gaetano, c’ha preso un’altra volta.
ma sinceramente ho difficoltà a trovare le motivazioni giuste, le ragioni per dirlo.
I giovani hanno ancora gli occhi pieni di sale, forse ancora più di prima. La comunicazione di massa purtroppo non ha portato solo benefici. La comunicazione di massa ha permesso praticamente a tutti, di avere l’illusione della conoscienza totale; di sentirsi sicuri di poter sapere e controllare tutto ciò che si vuole, abbattendo le barriere che prima lo impedivano.
Ma quali sono queste barriere, Rino? A mio avviso sono di due tipi. Fisiche e mentali.
Le barriere fisiche sono state sconfitte, in modo superbo, dallo sviluppo e dalla diffusione della tecnologia. Su questo non c’è dubbio.
Le barriere mentali, invece, sono diventate più difficili da aggirare. Nei tuoi anni era tutto più facile. L’ostacolo era evidente, quasi era lui che ti veniva a cercare. E vedendolo chiaramente, si poteva ragionare su di esso e cercare di capire come sconfiggerlo! Ma oggi, oggi caro Rino, stiamo molto peggio di quanto pensi! Perché l’ostacolo alla nostra possibilità di comunicare, di informarci, di confrontarci, è molto più subdolo. Ci da la convinzione di essere iperconnessi, ipercomunicativi, ma in realtà non diciamo niente di sostanzioso.
Io pensavo che Internet, su tutti i mezzi di comunicazione di massa, avrebbe permesso alle persone di mostrare le proprie idee, conoscere quelle delle altre persone, trovare punti di congiunzione e scambiarsi cultura. All’inizio, forse. All’inizio è stato così. Ma ora si sta appiattendo tutto, soprattutto il livello delle cose che ci comunichiamo. Oggi si sfrutta la possibilità di arrivare a comunicare con una o più persone, senza aver veramente qualcosa da dire. Ci si dice sciocchezze, ci si raccontano inezie; mentre ciò che abbiamo dentro, ciò che è personale e ragionato, rimane dentro di noi, perché il mezzo è diventato talmente pubblico che è anche normale avere un po’ di pudore.
E allora a che cosa serve la comunicazione di massa se non ci permette di diventare migliori? Te lo dico io a cosa serve, ad illuderci. Ad illuderci di sentirci liberi, in un certo senso potenti, capaci di controllare.
Per farla breve, mi sa tanto che il sale non se n’è mai andato dai nostri occhi, purtroppo.
Autum leaves
Si sta come, d’autunno, sugli alberi, le foglie.
Giuseppe Ungaretti
Direte s’è rincoglionito. Direte che caccio c’entra l’autunno che siamo ancora a giungo e fanno 30 gradi fissi.
Non mi sono ancora rincoglionito, o almeno lo spero. Però qui sembra tanto autunno. Sembra come quando, da un giorno all’altro di settembre/ottobre, ti accorgi che gli alberi sono tutti gialli. Beh, che ci crediate o no, nonostante il sole che spacca le pietre, mi sento come a settembre; quando so che sta per tornare il freddo, i maglioni le sciarpe e le giacche a vento. Da un attimo all’altro passi dall’essere a un passo dalla vittoria, a ritornare tanto indietro che non sembra neanche che tu abbia fatto ancora il primo giro.
Vabbè, fa tutto parte del gioco. D’altra parte non ti può sempre dire bene. Però quando succede ti fa sentire una foglia secca, non un’appendice verde e forte, soprattutto quando ce l’hai messa tutta per protrarti verso i raggi del sole. E questo ti fa rosicare, nessun dubbio.
Roma inaspettata
Non avrei mai pensato, in vita mia, di ritrovarmi quasi a ringraziare le strisce blu per i parcheggi che imperano in quasi tutta Roma.
Ed invece proprio quelle, nei pressi dell’isola Tiberina, mi hanno dato la possibilità di scoprire Roma da un lato diverso.
Il fatto è che avevo pagato due ore di parcheggio, di prima mattina, per un impegno che avevo. Impegno che però non mi ha preso più di mezz’ora. Che fare quindi? Tornare a casa a dormire o farsi una passeggiata?
Prima di tutto vado a fare colazione. Mi avvicino a viale Trastevere, e dopo essermi rifocillato decido di fare una passeggiata nel quartiere di Trastevere, cosa che in vita mia avevo fatto quasi esclusivamente di sera/notte.
Ecco quindi che scopro un quartiere, uno dei più antichi di Roma se non il più antico, sotto una luce diversa (letteralmente, quella del sole): un quartiere che ora, in una mattina dormigliona si sabato, sembra proprio un piccolo paesino di montagna, con le sue stradine e vicoletti, piccole piazze, case base… tutt’altro che i casermoni di cemento armato dove in genere siamo abituati a vivere. Mi stupisce la pochissima gente che c’è in giro, quasi tutti turisti; mi rendo conto che Trastevere così non l’avevo veramente mai conosciuto. E fa più che piacere, sapere che non è solo il teatro di storiche ubriacate con gli amici quel quartiere, solo venditori ambulanti e frotte di gente alla ricerca del locale giusto. E’ qualcosa di meno, in senso positivo: Trastevere è anche un posto tra i più affascinanti di Roma. Assolutamente da gustare nelle due versioni, giornaliera e serale/notturna.
Poi, tornando verso la macchina (sono ormai a metà del tempo concessomi dalla STA), dovendo ripassare per l’isola Tiberina, mi dico di scendere a visitarla ai suoi piedi, altra cosa che non avevo mai fatto; ci ero sempre passato sopra e mai alla riva del “biondo” Tevere. Scendo quindi dall’unica scalinata che c’è sull’isola, e cioé quella davanti all’entrata dell’ospedale, e anche qui scopro che a 24 anni ne ho di cose da imparare su Roma: camminare per quel lungotevere infatti, fa scoprire sia quanto è sporco il Tevere, ma anche che innegabilmente il fulcro di tutta la città. Da lì si ha quasi l’impressione di essere alla sorgente di Roma, che da lì parta tutta la città e che lì sia tutto collegato. E tutto questo nella semplicità di una passeggiata senza particolari attrazioni, con la sola caratteristica di circumnavigare l’isola. Eh si, anche perché come ho detto prima la scala è una, quindi se sei dall’altro lato dell’isola, ti conviene finire di fare il giro.
Che dire, Roma c’hai sempre qualcosa da insegnacce.
Giorni intensi.
Ah mamma mia ragazzi. Questi giorni sono stati abbastanza intensi.
Chiaramente tutto parte da domenica notte, sappiamo tutti quello che è successo. A Roma tutto trema, ma niente più di quello. Solo che trema un bel po’, quindi è facile immaginare che non è qualcosa di ordinario. Prima di due ore in televisione non si saprà cosa è successo, preferiscono continuare a passare il solito Marzullo. Contenti loro.
Ovviamente dalla mattina tutto appare più chiaro: l’epicentro a L’Aquila, le case distrutte, e tutto quello che ne consegue. Uno dei pochi media che hanno diffuso notizie (da domenica notte in diretta senza sosta per praticamente due giorni) è stato RadioRock. Da cui viene organizzata una raccolta di cose utili, di prima necessità, da spedire in Abbruzzo. L’appuntamento è per il giorno dopo, martedì 7 aprile, davanti la sede di RadioRock sia per chi vuole portare le cose da spedire, sia per chi le vuole portare in Abbruzzo. L’idea iniziale era di mandare 2-3 camion.
Arriva martedì. Almeno per me giornata impegnativa anche perché, col pensiero all’Abbruzzo e alla gente che sta caricando i camion a Portonaccio: ma in tutto questo c’è da fare all’università, Jean Baptiste Fourier vuole la mia testa ed abbiamo un conto in sospeso. Già dalla mattina si capisce che in realtà l’iniziativa si è allargata (anche grazie al tam-tam del giorno prima, tramite Facebook o il semplice passaparola). Si capisce perché sembra già che servano una decina di camion per caricare tutta la roba arrivata a RadioRock.
Il pomeriggio passa più o meno indenne, tra coefficienti e cappucci, e a quel punto invece di tornare a casa decido di fare un salto a RadioRock per vedere se posso almeno dare un piccolo contributo. Arrivato lì vedo una montagna di scatole e di persone davanti l’entrata e nell’atrio della radio; sono arrivato in un momento di “pausa”, per modo di dire, visto che la pausa è dovuta al fatto che è appena partito un camion e si aspetta l’arrivo di un altro. Appena arriva il nuovo camion, che se non sbaglio era proprio quello che l’esercito ha messo a disposizione, si riformano le due catene umane per trasportare gli scatoloni, l’acqua, lo scatolame fino al camion; finalmente riesco a rendermi utile. Ma questo non conta niente, la cosa che conta è un’altra: è vedere che centinaia di persone, come me, si sono messe chi in fila a fare catena, chi sul camion a sistemare la roba, chi nell’atrio della radio a mandare fuori i pacchi giusti da caricare. E nel frattempo incursioni dei vari DJ e relative DJesse di RadioRock che oltre a dare concretamente una mano contribuivano a tenere alto il morale della truppa.
Il camion dei militari sembra avere una capienza infinita, viene caricato di tutto. Acqua, cibo, vestiti, saponi, coperte, mutande. Tutto accuratamente stipato. Una volta carico il camion viene ricoperto col suo telone verde e libera il posto nella viuzza per altri camion. Anche qui prima si scarica un furgone (ricordo che è di una qualche gruppo di ciclisti) che, credetemi, per poco non toccava terra da quanto era carico. Altra catena per scaricare e organizzare la roba, e subito dopo un nuovo furgone pronto a partire per l’Abbruzzo.
A questo punto devo andare via, sono stato appena un’ora e mezza (mea culpa, mea culpa, sarei voluto stare lì tutta la giornata!) ma ho il cuore e gli occhi pieni di gioia e di felicità per quello che ho visto e in piccolissima parte ho contribuito a fare. Felicità che aumenta quando vengo a sapere che i camion partiti per L’Aquila e dintorni sono in tutto 31.
Si, 31.
Da 3 a 31. Dieci volte di più del previsto. Penso che basti questo, non serva commentare tale dato. Trentuno camion che oggi, mercoledì 8 aprile, sono partiti, arrivati, sono stati smistati a seconda di dove c’era bisogno. Ed ora, mentre scrivo, la diretta in cui si raccoglievano le impressioni e le sensazioni di chi ha fatto questo viaggio; e si continua a dare informazioni sui punti di raccolta in giro per Roma e provincia.
Grazie, RadioRock. Sono due giorni che dite che siamo noi a dover essere ringraziati, ma non posso fare a meno come gli altri che hanno lavorato almeno un po’ con voi, di ringraziarvi per tutto quello che avete creato. Che se non ho capito male, è partito da Marcello Caponi (fustigatemi se sbaglio!).
Finisco con una battuta, per quanto banale e scontata: Prince Faster è molto più bello dal vivo che in foto, lasciatevelo dire. E pure più secco.
NOTA BENE: RADIOROCK NON HA RACCOLTO E NON STA RACCOGLIENDO, TUTT’ORA, DENARO. SE QUALCUNO VE LO CHIEDE A NOME LORO, PRENDETE LE CONTROMISURE NECESSARIE (offese, segnalazioni, ecc).
Lotta continua, su tutto R
Inauguro una serie (speriamo ampia) di “Math Jokes” (scherzi matematici), sulla falsa riga di quelli di Diego:


